Incubatori startup made in Italy

Incubatori startup made in Italy

Incubatori startup made in Italy

Il dibattito in rete sui parametri relativi ad incubatori certificati sembra talvolta un pò lontano dalla esperienza di chi prova ad aiutare tutti i giorni costituzione, crescita, insediamento di imprese, in assenza di contributi pubblici, cercando di superare ostacoli anche maggiori in territori meridionali.

Incubatori startup made in Italy

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Se gli incubatori sono ecosistemi protetti dove far nascere e crescere imprese, proprio in territori economicamente più deboli potrebbero più essere utili.

Incubatori startup made in Italy

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La discussione che investe le caratteristiche degli incubatori (dimensione, funzioni, servizi e quant’altro) potrebbe trovare soluzione valutandone l’equilibrio patrimoniale ed economico (senza contributi pubblici), ed i risultati dell’attività svolta in termini di imprese aiutate. L’incubatore andrebbe valutato come ogni altra impresa, principalmente sulla  capacità di attrarre e soddisfare clienti e di conseguire buoni risultati di bilancio.

In merito al ruolo degli incubatori in Italia rispetto a quello di altri paesi, occorrerebbe tenere conto delle condizioni in cui operano nel nostro territorio.

L’Italia per facilità di fare business occupa la 50esima posizione nella classifica mondiale Doing Business 2017 http://www.doingbusiness.org/, in discesa rispetto alla precedente graduatoria. Fare impresa in Italia è più difficile rispetto a paesi come Slovak Republic, Kazakhstan, Romania, Belarus, Armenia, Bulgaria, Russian Federation, Hungary, Belgium, Croatia, Moldova, Cyprus, Thailand, Mexico, Serbia, Mauritius.

Ottenere credito in Italia (101esima) è più difficile che in paesi come Lesotho, Solomon Islands, Swaziland, Argentina Egypt, Arab Rep, Guyana, Palau, Marshall Islands, Pakistan, Zimbabwe.

Pagare le tasse in Italia (126esima in Doing Business 2017) è più difficile rispetto a paesi come Philippines, Jamaica, Madagascar, Palau, Myanmar, Chile, Libya, Ghana, Burundi, Cambodia, Kenya.

Bisognerebbe tenerne conto di tali condizioni  anche nel confronto tra incubatori (e startup) italiani e quelli che operano in paesi in cui è più facile fare business (1 New Zealand, 2 Singapore, 3 Denmark, 4 Hong Kong SAR, China, 5 Korea, Rep, 6 Norway, 7 United Kingdom, 8 United States, 9 Sweden, 10 Macedonia, 11 Taiwan, China, 12 Estonia, 13 Finland, 14 Latvia, 15 Australia, 16 Georgia, etc.etc.). Forse anche per questo è meno facile importare modelli che operano con successo all’estero.

Il conto economico degli incubatori italiani è nel suo complesso abbastanza scoraggiante. Il rapporto, redatto dal Ministero dello Sviluppo Economico, RELAZIONE ANNUALE AL PARLAMENTO sullo stato di attuazione e sull’impatto della policy a sostegno delle startup e delle PMI innovative, Ed. 2016,visibile al seguente link:

http://www.sviluppoeconomico.gov.it/images/stories/documenti/Relazione_annuale_startup_e_pmi_innovative_2016.pdf

nota, in effetti, come la performance finanziaria degli incubatori sia spesso difficile: questi lamentavano nel complesso una perdita di 2,4 milioni di euro nel 2014, che ammonta a una perdita media di circa 116.000 euro per ciascun incubatore. Si discostano da questo dato gli incubatori universitari, mediamente in attivo, e quelli che forniscono, nell’ambito delle loro attività, anche servizi di coworking: il risultato di esercizio di questi ultimi (una decina, tra quelli iscritti sia nel 2013 che nel 2014) è più vicino al pareggio di quanto registrato per gli altri incubatori.

In risposta a queste difficoltà evidenziate, gli incubatori intervistati richiedono un intervento pubblico su due versanti: un aumento degli incentivi – risorse per la formazione, finanziamenti agevolati – e interventi
per migliorare la promozione degli stessi, come la creazione di una vetrina istituzionale
che aiuti la visibilità, anche internazionale, delle pratiche di incubazione eccellenti.

Ma viste le condizioni delle finanze pubbliche, è possibile che le risorse stanziate restino comunque ridotte rispetto a quelle di altri paesi. Tuttavia alcune esperienze dimostrano come sia possibile realizzare attività di incubazione in modo economicamente sostenibile, anche in assenza di contributi statali o pubblici, mettendo in moto un processo che contribuisce allo sviluppo.

In questo senso, per la valutazione di incubatori non sarebbero necessarie indicazioni prestabilite, ma i tradizionali parametri economici quali capacità di generare utili ed equilibrio di bilancio (senza considerare contributi pubblici, benvenuti ma non necessari), numero di imprese aiutate, fatturato aggregato delle imprese incubate, valore generato per l’intero network di clienti, fornitori, investitori, partner.

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